Climate Change ed Europa

Climate change is already happening and represents one of the greatest environmental, social and economic threats facing the planet. The European Union is committed to working constructively for a global agreement to control climate change, and is leading  the way by taking ambitious action of its own.

The warming of the climate system is unequivocal, as is now evident from observations of increases in global average air and ocean temperatures, widespread melting of snow and ice, and rising global mean sea level. The Earth’s average surface temperature has risen by 0.76° C since 1850. Most of the warming that has occurred over the last 50 years is very likely to have been caused by human activities.

In its Fourth Assessment Report (AR4), published in 2007, the Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) projects that, without further action to reduce greenhouse gas emissions, the global average surface temperature is likely to rise by a further 1.8-4.0°C this century, and by up to 6.4°C in the worst case scenario. Even the lower end of this range would take the temperature increase since pre-industrial times above 2°C - the threshold beyond which irreversible and possibly catastrophic changes become far more likely.

Projected global warming this century is likely to trigger serious consequences for mankind and other life forms, including a rise in sea levels of between 18 and 59 cm which will endanger coastal areas and small islands, and a greater frequency and severity of extreme weather events.

  Q&A on Climate Change:
1 What makes the climate change?
2 How is climate changing and how has it changed in the past?
3 How is the climate going to change in the future?
4 What impacts of climate change have already been observed?
5 What impacts are expected in the future?
6 How do people adapt to climate change?
7 What are the current trends in greenhouse gas emissions?
8 What actions can be taken to reduce greenhouse gas emissions?
9 How can governments create incentives for mitigation?
10 Conclusion
Provided by GreenFacts

Human activities that contribute to climate change include in particular the burning of fossil fuels, agriculture and land-use changes like deforestation. These cause emissions of carbon dioxide (CO2), the main gas responsible for climate change, as well as of other ‘greenhouse’ gases. To bring climate change to a halt, global greenhouse gas emissions must be reduced significantly.

The European Union has long been at the forefront of international efforts to combat climate change and has played a key role in the development of the two major treaties addressing the issue, the 1992 United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) and its Kyoto Protocol, agreed in 1997.

The EU has been taking serious steps to address its own greenhouse gas emissions since the early 1990s. In 2000 the Commission launched the European Climate Change Programme (ECCP). The ECCP has led to the adoption of a wide range of new policies and measures. These include the pioneering EU Emissions Trading System,  which has become the cornerstone of EU efforts to reduce emissions cost-effectively, and legislation to tackle emissions of fluorinated greenhouse gases.

Monitoring data and projections indicate that the 15 countries that were EU members at the time of the EU’s ratification of the Kyoto Protocol in 2002 will reach their Kyoto Protocol target for cutting greenhouse gas emissions. This requires emissions in 2008-2012 to be 8% below 1990 levels.

However, Kyoto is only a first step and its targets expire in 2012. International negotiations are now taking place under the UNFCCC with the goal of reaching a global agreement governing action to address climate change after 2012.

In January 2007, as part of an integrated climate change and energy policy, the European Commission set out proposals and options for an ambitious global agreement in its Communication “Limiting Global Climate Change to 2 degrees Celsius: The way ahead for 2020 and beyond”.

Temperature VariationsEU leaders endorsed this vision in March 2007. They committed the EU to cutting its greenhouse gas emissions by 30% of 1990 levels by 2020 provided other developed countries commit to making comparable reductions under a global agreement. And to start transforming Europe into a highly energy-efficient, low-carbon economy, they committed to cutting emissions by at least 20% independently of what other countries decide to do.

To underpin these commitments, EU leaders set three key targets to be met by 2020: a 20% reduction in energy consumption compared with projected trends; an increase to 20% in renewable energies’ share of total energy consumption; and an increase to 10% in the share of petrol and diesel consumption from sustainably-produced biofuels.

In January 2008 the Commission proposed a major package of climate and energy-related legislative proposals to implement these commitments and targets. These are now being discussed by the European Parliament and the Council of the EU, and EU leaders have expressed their wish for agreement to be reached on the package before the end of 2008.

Add comment Luglio 3, 2008

LA NUOVA FRONTIERA ENERGETICA

OPEN PAPER - ENERGIA, 12-06-2008 (Redatto da Gabriele Mariani)

La crisi delle risorse energetiche tradizionali, per ora solo annunciata, ma abbastanza vicina anche nelle attuali aspettative di vita, ha già effetti pesanti per i nostri consumi.

La “grandiosità” del problema aggredisce le nostre coscienze e ci impedisce di vivere come prima, anche se cerchiamo ostinatamente di credere, in termini personali ed egoistici, che si troverà una soluzione, e che le nostre condizioni di vita non muteranno. Tuttavia, anche se gli effetti sul piano pratico non incidono ancora in modo definitivo sul nostro stile di vita, cresce dentro di noi il malessere e il timore di svegliarci un giorno in un mondo diverso.

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Non si possono rimandare le scelte. Occorre farsi carico dei problemi. I problemi di chi ricerca uno sviluppo delle condizioni sociali ed economiche che sia portatore di benessere in un contesto favorevole e rassicurante. La conoscenza delle nuove frontiere delle tecnologie, la ricerca di obiettivi sfidanti.

Occorre sacrificare la ricerca di tranquillità e di sicurezza nel breve termine, puntando agli interessi delle generazioni a venire.

L’egoismo dei paesi progrediti porta a spendere tutti gli obiettivi della politica e dell’economia al sostegno del nostro attuale benessere. Le possibili conseguenze negative sulle generazioni future già si avvertono, ma non si affrontano con serio impegno.

Infatti gli ultimi due secoli di sviluppo delle condizioni di vita sul nostro pianeta, e in particolare l’accelerazione del secolo scorso, hanno richiesto l’impiego di enormi quantità di energia, e comportano ora la prospettiva di un rapido esaurimento delle fonti tradizionali di sviluppo e di benessere, sostanzialmente di origine fossile. Tutto ciò anche per l’uso sfrenato e poco efficiente di questa energia, spreco che è causa ormai universalmente riconosciuta del surriscaldamento del globo terrestre e del danno ecologico conseguente.

A coloro che non credono o non vogliono credere alle cause di questa situazione di crisi danno una risposta le leggi della termodinamica, che sanciscono che, pur essendo l’energia una costante,a causa della eccessiva dissipazione si può arrivare a comprometterne l’equilibrio. Intendendo come equilibrio quello fra l’apporto dell’energia dal sole e il processo di conversione della natura, che per millenni ha stabilito condizioni favorevoli allo sviluppo della vita animale e vegetale sulla crosta terrestre. E ne deriva un disordine che può avere conseguenze che, misurate sui nostri tempi di vita, rischiano di essere devastanti e irreversibili.

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I paesi che soffrono delle condizioni di sottosviluppo tentano di “rompere” la volata dei paesi ricchi. Paradossalmente chi ha meno certezze ha anche più coraggio, o ha la forza della disperazione, ed è quindi più disposto a rischiare a breve termine. La disponibilità di grandi quantità di energia è essenziale nella lotta contro la fame .Ne consegue ad esempio l’uso sfrenato tal quale(ovvero senza trattamenti adeguati che ne limitino le caratteristiche inquinanti) di energia di natura fossile, quale il carbone, disponibile ancora in gran quantità nei paesi in via di sviluppo. Ma il disastro e la beffa sono ancor più grandi quando si incentiva l’uso di prodotti dell’agricoltura per fabbricare carburanti sintetici .

Lo stato di arretratezza e la necessità di sviluppo può comportare da parte di questi popoli un uso improprio delle risorse, e diventare una minaccia per coloro che li hanno sino ad ora sopravanzati. Ed oggi per uso improprio è da intendersi anche quello su vasta scala di idrocarburi, petrolio, carbone e gas, le maggiori cause di una produzione enorme di gas tossici e di CoDue, che la natura non riesce più a riciclare. La possibilità di “catturare” la CoDue e reiniettarla nel sottosuolo è una soluzione che l’uomo sta studiando, ma che, sia dal punto di vista tecnico che economico, non trova per ora larga applicazione. Forse potrebbe trovarla se imposta o favorita da un contributo economico. Così paesi come la Cina o l’ India nel migliore dei casi, o l’Iran e Pakistan nel peggiore, diventano in prospettiva mine vaganti.

La natura a lungo termine porrà rimedio a questo disordine, come ha già fatto in altre situazioni nei millenni trascorsi, ma della nostra civiltà, o di parti di essa, potrebbero rimanere solo dei segni. E’ quanto è già accaduto per delle civiltà di cui si ricercano i motivi della sparizione, genericamente da ricondurre comunque al rapporto non corretto e irrispettoso dell’uomo con la natura.

Quindi la prima esigenza è quella di promuovere lo sviluppo su vasta scala sull’intero pianeta di nuove risorse energetiche alternative alle risorse fossili e rispettose della natura

E questo oggi è possibile solo con l’energia nucleare.

Già la dimensione delle attuali carenze e/o delle esigenze prossime future giustifica la necessità di non rimandare più a lungo l’impiego di tecnologie che ormai hanno raggiunto un elevato livello di sicurezza, quali il nucleare di terza generazione, come dimostra l’esercizio, nella maggior parte dei casi da oltre vent’anni, di oltre 200 centrali in Europa e 500 nel mondo, con le migliorie nel frattempo intervenute nei progetti.

Contemporaneamente sviluppare gli studi e le applicazioni della quarta generazione, potenzialmente meno impattante dal punto di vista del combustibile(torio al posto di uranio arricchito) e meno inquinante dal punto di vista delle scorie tossiche. Il prototipo andrà in esercizio fra poco e si parla di venti o trent’anni di tempo necessari per mettere a punto il progetto su grande scala.

Sospendere quindi la realizzazione di centrali di terza generazione non è possibile, perché molte di quelle in esercizio stanno per chiudere il loro ciclo di attività ottimale di progetto (trent’anni circa). Aspettare significa continuare a incrementare l’uso di combustibili fossili.

Non c’è nulla tuttavia che l’uomo abbia scoperto, inventato, o solamente intuito in una certa epoca che non possa essere valorizzato come un elemento che va ad aggiungersi al miracolo della nascita e dello sviluppo dell’universo. Perché non esiste in natura il buono e/o il cattivo in assoluto, ma è l’uso che l’uomo fa delle risorse che le qualifica .E questo deve valere a maggior ragione per una risorsa così “grandiosa “ come l’energia fornita dall’atomo.

Compito di coloro che veramente vogliono farsi garanti di uno sviluppo che, mirando alla salvaguardia del nostro futuro, voglia combattere le ingiustizie e diminuire le distanze fra lo stile di vita degli uomini, è quello di non trascurare ogni chance che miri alla globalizzazione del processo. Negare una possibilità a qualcuno in nome della sicurezza di pochi significa coltivare l’odio e la ribellione.

Perseguire questi obiettivi significa abbattere le frontiere e stimolare la cooperazione allo sviluppo.

Non è solo generosità,ma è lungimiranza .Da soli si sopravvive ma non si salvano le generazioni future. Ogni tonnellata in meno di CoDue prodotta a casa nostra può avere un effetto insignificante se non contribuiamo a far sì che se ne producano cento, mille in meno in India e in Cina. Perché tale sarà il rapporto dettato dallo sviluppo fra le nostre esigenze e quelle di questi paesi entro i prossimi vent’anni.

Ma veniamo all’Italia .

Rispetto agli altri paesi europei noi abbiamo un forte gap da recuperare.

Al momento attuale infatti, a causa dei ritardi e degli sbandi della nostra politica energetica dopo l’esito del referendum sul nucleare alla fine degli anni ‘80 , dobbiamo importare dall’estero circa il 15% per cento dell’energia attualmente necessaria al benessere del paese, con la previsione di un incremento straordinario dei consumi solo nei prossimi vent’anni, senza una seria politica e un’educazione al risparmio. E il mezzo più pratico e veloce è ricorrere all’energia nucleare.

E’ un rischio calcolato, perchè la scelta, in fondo, se vogliamo essere sinceri, l’hanno già fatta per noi quei paesi , come Francia e Svizzera, che hanno realizzato una catena di centrali nucleari ai nostri confini .Centrali che ci forniscono l’energia che ci manca e di cui non possiamo, per ora almeno, fare a meno.

E allora…………………..come si può convincere coloro che vivono nel ricordo dell’effetto devastante dell’energia sprigionata dall’atomo per usi non pacifici ?

Non esistono elementi definitivi per dare le garanzie che la gente si aspetta, se non in termini di statistiche di un numero limitato di incidenti, dopo Cernobyl, con effetti molto limitati, se confrontati fra l’altro con altre situazioni incidentali che affrontiamo nella vita di ogni giorno accettandoli senza riserve.

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Ciò non significa rinunciare alle risorse energetiche rinnovabili, anche se non se ne può sviluppare l’impiego in modo concentrato e su grande scala, come occorre negli impianti di produzione di E.E. al servizio delle grandi comunità, e anche se i costi per kilowattora prodotto sono al momento fra i più alti.

Occorre devolvere contemporaneamente adeguate risorse per lo sviluppo e le applicazioni di nuove tecnologie per lo sfruttamento di fonti di energia rinnovabili che possano fare da cuscinetto, o diversificare l’uso delle risorse.

Ma trovare le risorse economiche e/o gli incentivi in Italia è più gravoso, stante l’attuale già alto costo dell’energia. E’ possibile ed è quasi doveroso per quei paesi che hanno affrontato il rischio delle centrali di terza generazione anche dopo Cernobyl. Perché hanno usufruito dei vantaggi dei bassi costi dell’energia e, al termine quasi di questo ciclo e in attesa dei progetti meno impattanti degli impianti di quarta generazione,hanno risorse economiche da impiegare nello sviluppo di queste tecnologie.

In questo contesto in Italia devono trovare spazio l’impiego delle energie rinnovabili anche su scala ridotta e sul piano locale, ovunque l’entità della domanda ne giustifichi l’impiego, incentivandone l’applicazione con l’uso di sgravi fiscali e/o di finanziamenti agevolati.

Le tesi più ardite degli oppositori a questo tipo di politica energetica sono che tali problemi e le scelte conseguenti potrebbero essere vanificate nei prossimi anni dallo sviluppo dell’efficienza e del risparmio, con la conseguenza che i consumi nei prossimi vent’anni potrebbero rimanere stabili o non incrementarsi in modo significativo, favorendo una transizione più graduale e tranquilla, ovvero senza gravi rischi di “black out”, all’impiego delle energie rinnovabili, e alla messa a punto dei progetti nucleari di quarta generazione.

Questa tesi non va sicuramente trascurata né dai Governi né da tutte le forze politiche,che devono stimolare i comportamenti virtuosi, attraverso leggi che favoriscano e/o puniscano tali comportamenti . Perché incrementare l’efficienza negli impianti e nelle costruzioni comporta gravi costi, almeno nel breve termine.

Ecco perché occorre pretendere che ciò avvenga al livello più elevato del governo del paese, che possa farsi carico della impopolarità della cosa .Ma si auspica che ciò parta ancora più in alto, dalle organizzazioni internazionali, quali ONU ed UE.

A qualcuno vorremo pur credere……………

Ma ciò è ancor più necessario, perché è possibile che non tutte le informazioni sulle vicende che accompagnano la nascita e la vita degli impianti che trattano uranio vengano diffuse in modo trasparente, almeno quando riguardano “mancati incidenti”, finché rimangono tali.

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Non esiste certezza, la sola soluzione è che la corsa allo sviluppo non ci esima dall’obbligo civile di fare ordine nel modo di operare di casa nostra, sviluppando la nostra educazione all’uso corretto delle risorse, parlandone in casa, nelle scuole e in ogni occasione pubblica.

Sviluppare una gara fra coloro che accettano ogni rischio pur di limitare i danni di uno sviluppo senza freni e coloro che ancora credono nella possibilità che l’umanità sappia darsi delle regole.

Add comment Giugno 15, 2008

RISORSE ENERGETICHE NEL ‘2000

Le risorse energetiche negli anni 2000 di G. Mariani

Una riflessione leggera,come il volo di una farfalla,senza numeri e conclusioni, che vuol essere solo una presa di coscienza dei problemi più gravi non solo per lo sviluppo, ma per la sopravvivenza. Un invito a maturare una posizione, che accetti il rischio di mettere in gioco tutto quello che è stato conservato con tanta cura e con tanto amore, per un amore più grande per l’umanità.

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La domanda e l’offerta di energia saranno i problemi principali, assieme a quelli dei trasporti e delle comunicazioni, dei prossimi anni, in mancanza di una pianificazione adeguata ed idonea ad evitare forti carenze. E ciò in relazione anche al risveglio economico e al forte tasso di sviluppo sociale e industriale in atto in quei paesi che per decenni sono stati relegati ai margini, accontentandosi di sopravvivere e/o di vivere di luce riflessa dai paesi ricchi. E il colonialismo politico ed economico delle nazioni che, per cultura o per una felice posizione geografica, hanno imboccato per prime la via dello sviluppo, monopolizzando per decenni i consumi dell’ energia e appropriandosi delle fonti, dovrà ora fare i conti con i mercati esterni che loro stessi hanno sviluppato, e che, migliorando il proprio stile di vita, incrementano i propri consumi.

L’ impiego delle fonti ha dato la precedenza sino ad ora agli idrocarburi, le fonti a più alta concentrazione energetica e più disponibili e manipolabili in modo pratico ed economico, oltre che in modo più sicuro e meno inquinante, se trattati in modo appropriato; lasciando ai margini lo sfruttamento di altre risorse energetiche altrettanto disponibili in gran quantità, ma meno redditizie e pratiche ed efficienti nell’uso, quali il legno e il carbone. La conseguenza è stata che l’incremento nel consumo di idrocarburi è stato talmente rapido ed imponente da costringere i produttori a limitarne la produzione , onde contenere la riduzione delle scorte, nonostante la costante ricerca e il ritrovamento continuo di nuovi giacimenti.

Questa è una grande carenza di programmazione ,che non incoraggia un uso diversificato e legato alla disponibilità e alla localizzazione delle risorse, e ai rapporti fra paesi produttori e paesi consumatori.

E poi grave sarà nelle conseguenze economiche e sociali , il rifiuto, per ragioni politiche e o ideologiche, dello sviluppo di nuove tecnologie per lo sfruttamento di risorse disponibili in notevoli quantità e concentrate quali l’energia nucleare, anche se considerate ancor oggi potenzialmente più pericolose e/o nocive. Tali ideologie ,motivate nel breve, devono comunque fare un passo avanti e modificare la propria attitudine per evitare che di queste risorse si facciano degli usi impropri. Promuovere pertanto un patto di garanzia patrocinato dalle organizzazioni internazionali che garantisca nel presente una ricerca comune e controllata e, nel futuro, un impiego corretto e la disponibilità diffusa e generalizzata per usi pacifici.

Occorre che alla scienza vengano tolti i veti che, come la storia insegna,non hanno mai funzionato. Altrimenti il possibile bene derivante dalla ricerca e dall’impiego sarà un beneficio di cui come al solito si approprieranno principalmente i paesi ricchi, contrastati dai paesi più poveri e assillati dal sottosviluppo.

Molti giustificano tale rifiuto per dare impulso per converso in modo più deciso allo sfruttamento di risorse alternative non inquinanti( quali il solare, l’eolico, il fotovoltaico , le biomasse etc.).Ma l’impiego di tali risorse su larga scala richiede situazioni culturali e geografiche particolari, quali la gestione diretta, su scala domestica e/ o di piccole/ medie comunità, di impianti locali, con bassa concentrazione di energia ed esigenze più limitate e non continuative .L’alta concentrazione nella produzione dell’ energia e la disponibilità più continua sono viceversa a favore della sicurezza e dell’ economia dell’ uso del combustibile e della gestione .

E poi ci sono le ricerche in campi non ancora sufficientemente maturi e,allo stato attuale, con grossi limiti allo sfruttamento commerciale, quali la fusione termonucleare o l’impiego dell’idrogeno, che comunque non ricevono l’ impulso che meriterebbero data anche la scarsa collaborazione fra i paesi industriali.

Al di là dal voler essere esaustiva questa introduzione vuole solo significare che la cultura e la sensibilità degli abitanti dei vari paesi”assetati” di energia determinano, di volta in volta, l’attitudine all’incremento e allo sfruttamento di risorse su basi assolutamente non scientifiche e non economiche, come avviene spesso nei paesi più ricchi, o viceversa su basi non ecologiche e non rispettose della natura , come avviene spesso nei paesi più poveri. Così avviene in Italia per il gas metano , mentre in Cina si allagano intere regioni per dare luogo allo sfruttamento in modo semplice ma devastante dell’energia idraulica.

Occorre che le politiche di sviluppo vengano formulate e condivise in modo più allargato, come si sta cercando di fare creando una cultura in Europa, perchè con una maggiore uniformità di comportamenti si eviti che ci siano paesi che sopportano i danni dello sviluppo non controllato esportato da altri che ne godono i benefici maggiori.

Cerchiamo allora con il nostro esempio di creare nei nostri figli una coscienza diffusa e equilibrata che miri prima di tutto ad eliminare lo spreco, e poi a generare comportamenti virtuosi nell’uso delle risorse che possano salvaguardare lo stile di vita con l’ amore e la cura dell’ ambiente .

G.Mariani

Add comment Maggio 29, 2008

Per una nuova generazione di politici attenti all’ambiente!

Ho letto l’intervista di Marianna Madia ad Ecologisti Democratici, una Associazione nata all’interno del Partito Democratico, da cui evince la conoscenza e l’attenzione di Marianna verso i temi ambientali.

E questo è importante e positivo, secondo me: è molto importante infatti che, in Italia e in Europa, nasca e cresca una generazione di politici, come Marianna, che abbia background nel gestire la complessità e la potenzialità che il Tema ambientale raggiungerà nei prossimi anni.

E’ fondamentale allora che PD e PDL diano spazio a discussioni e proposte Bottom Up sui temi delle politiche ambientali che, ormai è evidente a tutti, rappresentano il futuro sentiero di crescita sostenibile per le economie avanzate come la nostra.

Che nasca l’insegnamento di questi temi nelle Scuole Primarie, e che nascono Scuole di Formazione politica attorno al Tema della Sostenibilità ambientale: questo è il mio auspicio.

Innovatori Europei proverà a dare un contributo, nel suo piccolo, in questo senso.

Intanto, buon lavoro a Marianna Madia e agli Ecologisti Democratici.

Massimo Preziuso

Add comment Maggio 21, 2008

TERRA FUTURA 2008

Presentata alla stampa, a Roma presso la FAO

TERRA FUTURA 2008

la quinta edizione della mostra-convegno internazionale

delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale

( Firenze - Fortezza Da Basso, dal 23 al 25 maggio 2008 )

…È tempo di alleanze. Dalla denuncia alla proposta,

insieme per costruire un mondo diverso.

Roma, mercoledì 14 maggio 2008 – Insieme per una società solidale, basata su un’economia civile, nel rispetto delle persone e dell’ambiente: saranno le buone prassi per un modello di sviluppo diverso ad animare la Fortezza da Basso a Firenze, dal 23 al 25 maggio 2008, per la quinta edizione di TERRA FUTURA, la mostra convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale.

550 espositori con 5000 realtà rappresentate, 220 appuntamenti culturali e 850 relatori, 160 momenti fra animazioni e laboratori: questi i numeri della tre giorni, per scoprire e valorizzare le buone pratiche esistenti, ed evidenziare quali siano i fronti su cui è necessario agire senza tergiversare oltre per garantire un futuro alla terra.

Priorità a cui lavorare insieme - cittadini, società civile organizzata, enti locali e governi, imprese, mondo della cultura – perché l’interdipendenza delle grandi questioni ambientali, sociali ed economiche e delle possibili vie alternative a un sistema che ha dimostrato di non funzionare, chiede alleanze trasversali e durature, fondate su strategie e obiettivi condivisi.

Come ha spiegato Fabio Salviato, presidente di Banca popolare Etica, presentando questa mattina presso la Fao la prossima edizione della mostra convegno: «Mai come in questo momento un appuntamento come Terra futura è importante, perché è evidente come lo sviluppo dei paesi sia imprescindibile dallo sviluppo della società civile e del terzo settore. È necessaria una sana, corretta, chiara, precisa, politica delle alleanze, dove la civil society in Italia si proponga nel suo ruolo forte di protagonista. Si pensi solo agli oltre cento miliardi di euro di fatturato del terzo settore e dell’economia civile: altri cinquanta e raggiungiamo quello della mafia!»

Un ruolo non riconosciuto appieno dalla politica, come ha sottolineato anche Giuseppe Gallo, segretario nazionale di Fiba Cisl. «Il non profit è molto più avanti rispetto agli attori politici del nostro paese, perché già da tempo ha la piena consapevolezza che la fase storica dominata dal capitalismo finanziario è arrivata al suo termine. Un paradigma economicamente distruttivo e socialmente regressivo cui bisogna trovare un’alternativa, a partire da un progetto di riforma complessiva dei mercati finanziari, che incalzi le imprese sulla loro responsabilità sociale, ambientale ed etica».

Una politica in ritardo anche sul fronte energia, molto lontana dagli obiettivi del Protocollo di Kyoto, come ha evidenziato Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente: «Cittadini, famiglie e imprese sono pronti a fare una scelta diversa in termini di sviluppo a partire dalla questione cruciale dell’energia: risparmio energetico, efficienza e produzione da fonti pulite (sole, vento, geotermia…, ma non nucleare!) devono essere una priorità per chi ci governa».

Terra Futura si propone proprio come laboratorio in cui trova spazio anche la formulazione di una proposta proprio a partire dalle alleanze: «È necessario lavorare assieme per superare la fase di analisi, di denuncia e critica – ha detto Paolo Beni, presidente di ARCI nazionale -, ed elaborare oggi una vera alternativa politica da costruire a partire dal basso. Sono, infatti, le comunità locali l’ambito privilegiato di sperimentazione delle buone pratiche: i nuovi stili di vita cominciano dalle nostre città e dai nostri quartieri, riscoprendo il senso del bene comune e del “villaggio globale”, ri-costruendo quelle relazioni umane che vanno ormai perdendosi e le relazioni tra le comunità del Nord e del Sud del mondo».

Una necessità ribadita anche da Marina Ponti, direttrice per l’Europa della Campagna del Millennio dell’Onu, che ha aggiunto: «I Governi rispetteranno i loro impegni in tema di lotta alla povertà e di tutela dell’ambiente solo se sentiranno una forte pressione da parte dei loro cittadini e delle organizzazioni che li rappresentano. Manifestazioni come Terra Futura sono fondamentali perché promuovono la diffusione e la crescita di una cittadinanza sempre più consapevole e impegnata».

Ed è il linguaggio del fare su cui punta Andrea Olivero, presidente di Acli nazionale: «Di fronte alla spinta verso la fuga dall’assunzione delle proprie responsabilità, è fondamentale ripartire dal principio dell’interdipendenza fra i diversi soggetti e attori del pianeta. Bisogna riacquistare la consapevolezza che ciascuno di noi è protagonista e può modificare “il corso degli eventi”, iniziando dalle prassi di vita quotidiana e prendendosi le proprie responsabilità».

Responsabilità verso tutti come ha ricordato, infine, don Andrea La Regina, responsabile Ufficio Solidarietà sociale di Caritas Italia: «Le alleanze vanno costruire anche per aiutare i più deboli, gli esclusi da questo modello di globalizzazione emarginante, dove l’altro è prima di tutto un nemico; occorre lavorare per uno sviluppo umano e solidale, dove gli interessi di una parte non siano necessariamente visti i contrapposizione con quelle dell’altra».

Terra Futura è promossa e organizzata da Fondazione Culturale Responsabilità Etica Onlus per conto del sistema Banca Etica (Banca Etica, Consorzio Etimos, Etica SGR, Rivista ”Valori”) e Adescoop-Agenzia dell’Economia Sociale s.c., e realizzata in partnership con Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete, Legambiente, in collaborazione con Regione Toscana, Provincia di Firenze, Comune di Firenze, Firenze Fiera SpA, e numerose altre realtà nazionali e internazionali.

Add comment Maggio 15, 2008

FROM A CARBON TO A NOISE ECONOMY

FROM A CARBON TO A NOISE ECONOMY

di Massimo Preziuso

In questi giorni, ho pensato ad un paio di incontri fatti negli anni scorsi, e mi è venuto di scrivere queste osservazioni, che di sicuro risulteranno “scomposte”, ma spero possano aprire un dibattito tra amici.

Esattamente 5 anni fa, a Torino, conobbi un collega ingegnere venezuelano che si occupava di un settore a me sconosciuto, l’ “Ingegneria del Suono”.

Ne parlammo e scoprii che esso iniziava a diventare un Business importante, soprattutto nelle grandi città metropolitane.

Negli anni a seguire, per combattere il fenomeno da tempo evidente del Climate Change, si è poi sviluppata la cosiddetta Carbon Economy: in sintesi un Mercato economico che si basa sulla imposizione di una Tassa corrisposta dall’imprenditore, la grande Utility che “inquina” troppo (al di sopra di una Soglia prestabilita) attraverso le sue operations.

Dalle Utilities (e le altre industrie energy-intensive), in pochi anni, si sta passando al Residenziale pubblico e privato (con Paesi tipo la Spagna che ormai impongono che le nuove costruzioni abbiamo un certo tasso di “energia pulita”, da rinnovabili), e al settore Trasporti, e a tutti gli altri settori economici.

C’è chi prevede addirittura il passaggio alla introduzione del cosiddetto Quoziente Energetico Individuale, ovvero alla fissazione di premi e penalità in base al consumo energetico del singolo.

Forse è troppo, non lo so, vedremo.

Fatto sta che la Carbon Economy rappresenta la prima esperienza internazionale di fissazione di un Costo associato alle cosiddette Esternalità Negative: laddove il singolo-impresa, nello svolgere la propria attività economica o sociale, reca un fastidio (inquinamento attraverso produzione industriale, inquinamento attraverso RUMORE..) alla collettività, questo fastidio-danno viene quantificato economicamente (essendo la moneta il Numerario delle nostre Società) e corrisposto dal primo alla seconda.

Tale esperienza APRE, finalmente, un Filone nuovo per lp sviluppo armonioso (per quanto questo sia possibile) delle economie e delle società moderne: appunto quello delle Esternalità.

Personalmente, sono convinto che tale Filone sia altamente promettente, e porterà nei prossimi decenni, forse anni, all’avvio di nuove e fondamentali innovazioni: in primis, la fissazione del valore economico del danno (evidente) provocato, a tutti i livelli, dal RUMORE.

A mio avviso, la quantità di rumore presente in una città, in una società, in una Nazione, è inversamente proporzionale alla crescita culturale ed economica del luogo stesso.

E’ evidente che esistono dei potenziali enormi nella Noise Economy (se così si può definire), ed è evidente che essa potrebbe rappresentare il viatico per importanti e necessarie politiche innovative di re-distribuzione in un mondo con risorse naturali (come l’acqua) scarse.

E’ altresì strano, per me, verificare (attraverso un semplice googling), che l’argomento NON venga ancora affrontato a livello politico, e nemmeno a livello associativo.

Saranno assurdità, ma io credo che la direzione di sviluppo di una Economia Mondiale, a risorse e spazi di crescita limitati, sia soltanto questa: nel rendersi conto che in un mondo in cui non si possa frenare la crescita demografica (dai 2,5 miliardi del 1950 ad una proiezione di 8 miliardi nel 2025) presente nelle grandi economie in via di sviluppo (la Cina, l’India, l’Africa), associare un costo (una Tassa) al “consumo” di Rumore, o di risorse naturali come l’acqua, sia inevitabile.

L’argomento è complesso e carico di implicazioni politiche (ad esempio è chiaro che, se non governato bene, il fenomeno porterebbe importanti sfide per i Paesi sviluppati, come nel caso della Carbon Economy), e credo vada affrontato, questa volta prima che diventi eclatante.

Massimo Preziuso

Add comment Maggio 14, 2008

POLITICHE ENERGETICHE: OLTRE LE BUONE INTENZIONI

  di Enzo Tripaldi

 

Il nostro Paese è sempre stato fra i più accesi sostenitori del protocollo di Kyoto. Il nostro Paese è tuttavia quello che in concreto ha mostrato irrilevanti progressi in materia di emissioni di CO2. Contraddizioni italiche.

Le medesime contraddizioni che si registrano nelle azioni da mettere in campo per fronteggiare l’aumento preoccupante del prezzo del petrolio e della conseguente bolletta energetica, dell’efficientamento del nostro sistema di distribuzione e produzione dell’energia.

Si susseguono proposte, richieste, buone intenzioni ma in realtà siamo troppo distanti dagli altri paesi più sviluppati.

La nostra è ormai divenuta una società energivora, il che di per sé non significa molto, dato che nella storia tutti i sistemi che hanno cercato di assicurare benessere e sviluppo lo hanno dovuto fare senza badare troppo ai costi energetici (vedi anche le tigri asiatiche).

Si pone tuttavia oggi una duplice sfida quella dell’efficienza e della diversificazione, laddove per la prima occorre ottenere, a costi invariati, di più, in considerazione del fatto che le società evolute ben difficilmente sarebbero disposte (senza considerare le esigenze del comparto produttivo) a rinunciare al loro tenore di vita.

In linea generale tuttavia è bene non eludere una serie d’ostacoli che ancora si frappongono all’impostazione di un processo che viri verso una maggiore efficienza e diversificazione.

Sul tema in Italia ci sarebbe bisogno di una vera “offensiva culturale”, sarebbe ipocrita non ammettere che a fronte di una sensibilità poco sviluppata delle classi dirigenti si associa quella della maggioranza dei nostri connazionali, che ancora spesso perseverano in comportamenti troppo disinvolti.

Un po’ quello che si registra con le percentuali della raccolta differenziata, ai soliti buoni propositi non seguono sempre comportamenti virtuosi da parte degli utenti. Basta farsi un giro sui cassonetti della “spazzatura tal quale” per verificare quante materie prime secondarie vengono non avviate, mediante i conferimenti differenziati, al riciclo.

L’offensiva dovrebbe porsi obiettivi pratici: convincere i cittadini a monitorare la temperatura all’interno delle abitazioni, spingerli a preferire le modalità collettive di trasporto rispetto all’auto spesso occupata dal solo conducente, evitare sprechi d’acqua, corrente elettrica (perché ci sono insegne ancora accese all’una di notte?), anche mediante un sistema combinato d’incentivi / disincentivi. Si potrebbe continuare, resta il problema di diffondere una sensibilità che oggi pare essere patrimonio di poche élite.

Vi è poi l’ostacolo economico. Occorrono ingenti investimenti, sia infrastrutturali sia in incentivi, (questi in una prima fase) e si sa come in Italia, con buona pace dei tesoretti, le risorse finanziare sono spesso una montagna troppo alta da scalare per i buoni propositi. Oltretutto andrebbe definito un grande piano energetico moderno e ben coordinato, onde evitare opere ed iniziative poco utili e ridondanti.

Dal che si può passare al terzo ostacolo direttamente collegato ad importanti investimenti. Qui balza subito all’attenzione l’esempio dei rigassificatori.

Esiste, non senza qualche ragione, una diffusa diffidenza delle popolazioni verso la realizzazione di infrastrutture medio / grandi.

Questo, a nostro giudizio, è proprio il vincolo maggiore, cui tuttavia non è possibile operare dall’alto “motu proprio”. Molte vicende hanno dimostrato fallimentare questa strategia.

La diffidenza popolare d’altra parte è legata a comportamenti non sempre virtuosi della P. A. nella realizzazione di grandi infrastrutture, che hanno visto in passato concretizzarsi impatti ambientali e sociali maggiori di quelli promessi nelle fasi di progettazione, che non sempre hanno tenuto conto della salubrità dei territori e delle bellezze naturali.

L’Italia tuttavia è una sorta d’area protetta e di un museo a cielo aperto, ma anche la valorizzazione di questo patrimonio deve passare da interventi infrastrutturali, occorre essere bravi a privilegiare in un ottica costi – benefici quelli utili, funzionali, ben dimensionati e che considerino fra i costi anche quelli ambientali.

Tenuto conto di questa situazione non sarebbe inopportuno prevedere ex lege nei gruppi di progettazione un professionista espressamente nominato dai cittadini, comitati, ecc.

Ci sembra che se non si parte da questo, si continuerà oltre che a marciare a scartamento ridotto (e perdere ulteriore terreno nella competizione planetaria) anche ad operare con iniziative episodiche e mal collegate.

Sul piano del fare si potrebbe iniziare (a costi molto contenuti) a diffondere più capillarmente le tecniche del telelavoro, a patto tuttavia di superare una vetusta logica in base alla quale è fondamentale essere presenti e visibili, sempre e comunque, invece di lavorare per obiettivi.

Meno spostamenti equivalgono a meno code, meno incidenti e soprattutto meno consumi di carburante, oltre che di emissioni. Spesso, soprattutto i giovani maggiormente scolarizzati, riconoscono che potrebbero lavorare tranquillamente da casa.

Sulla mobilità oggi è poco realistico abbattere quella che è l’utilità del mezzo privato che assicura la massima penetrazione nelle città e sul territorio e garantisce piena flessibilità d’orari. Su questo servirebbe un’azione (tuttavia costosa) sulle tratte ferrate (in passato abbandonate), sull’efficienza dei servizi, sui collegamenti intermodali. Per la mobilità urbana e paraurbana si dovrebbe fare maggiore ricorso alle tecniche della cosiddetta finanza di progetto (project financing), laddove la redditività della gestione garantirebbe il rientro dei capitali investiti per la realizzazione o l’ammodernamento.

Sul fronte del riscaldamento domestico e della dispersione di calore operare con consistenti aiuti, magari con un accordo con gli istituti di credito (una sorta di mutui energia), mentre per il raffreddamento, i sempre più diffusi condizionatori, si dovrebbe favorire il passaggio a sistemi quanto meno condominiali, una centralizzazione come per gli impianti di riscaldamento.

Sembrerà poi banale ma alcuni studiosi hanno evidenziato come lo sviluppo di aree verdi in zone fortemente urbanizzate incide, seppur di poco, sul risparmio da condizionamento domestico.

Senza arretrare sulla normativa, per i nuovi edifici, volta al risparmio energetico.

Per le fonti non convenzionali, rispetto alle quali oggettivamente ci sono dei progressi, c’è ancora spazio per un impulso del fotovoltaico e dell’utilizzo delle biomasse in ambito rurale, derivanti da residui agricoli (anche reflui) e forestali, purché disponibili entro un breve raggio (20/25 Km), altrimenti i costi di spostamento vanificherebbero il tutto.

Sull’utilizzo dei biocarburanti l’attualità mostra come vada utilizzato con acume, giacché in alcuni paesi ha “stressato” i costi dei “prodotti food” con conseguenze pericolose.

Una piccola rivoluzione per il pagamento delle utenze. A parità di consumo di un single e di una famiglia di quattro persone, appare naturale che i secondi paghino meno, se non altro per invogliare il primo a comportamenti più virtuosi.

Il quadro non è, e neanche voleva essere esaustivo, si potrà obiettare che di questo se ne parla da tempo ma, appunto, se ne parla.

 

 

 

 

2 comments Aprile 29, 2008

Sono Online le 10 domande di IE al Partito Democratico

Add comment Marzo 31, 2008

Indice dello studio “Edilizia popolare eco-sostenibile”

Ho provato a materializzare un indice per la nostra ricerca (trovate il link in fondo a questo post). Ovviamente è molto embrionale e discutibile, per questo mi aspetto i vostri commenti ed osservazioni. Siate spietati ma costruttivi!

Una volta che avremo articolato l’indice nei punti e sotto-punti, potremo dividere gli argomenti tra i partecipanti al gruppo, a seconda della specializzazione e degli interessi di ciascuno. Questo ci permetterà anche di darci degli obiettivi in termini di tempo e di pianificare i rilasci del documento.

Spero che condividiate l’impostazione che sto provando a dare al nostro lavoro: è un tentativo di risposta alle sollecitazioni che da parte di molti sono arrivate sul darci un “metodo di lavoro”.

Nella scaletta del documento troverete un’idea nuova che ho pensato di inserire: la gestione autonoma dell’approvvigionamento, produzione e distribuzione dell’energia.
Il nuovo quartiere di case popolari avrà una centrale a cogenerazione, pannelli fotovoltaici, riscaldamento centralizzato. Si potrebbe creare una “mini-utility”, per esempio gestita dal comune (magari tramite una municipalizzata), che si occupi di gestire l’approvvigionamento, produzione e distribuzione di energia per il quartiere, in modo che gli inquilini abbiano il controllo dei consumi e possano magari cedere energia al resto della città se sono bravi a risparmiare. Con la contabilizzazione individuale dei consumi è poi facile ribaltare il risparmio sulla singola bolletta.
Ulteriore scenario evolutivo: le varie “mini-utilities” si possono consorziare in gruppi d’acquisto (e produzione) e fare trading direttamente sul mercato, acquistando e vendendo energia “verde”.

Che ne dite?

Aspetto i vostri commenti!

Alberto

Indice dello studio del gruppo “Energia”

2 comments Marzo 29, 2008

Terra FUTURA 2008

TERRA FUTURA 2008

23 al 25 Maggio a Firenze, Fortezza da Basso

“COSTRUIRE ALLEANZE PER UNA TERRA FUTURA”

quinta edizione della mostra convegno internazionale delle buone pratiche

di sostenibilità ambientale, economica e sociale

Padova, 12 marzo 2008 – Salvaguardia del pianeta terra, sviluppo umano e beni comuni come sempre al centro di Terra Futura, la mostra convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale, che si svolgerà alla Fortezza da Basso (Firenze), dal 23 al 25 maggio 2008.

Terra Futura torna per la sua quinta edizione, con progetti ed esempi concreti di un vivere diverso che spaziano dalla tutela dell’ambiente alle energie alternative rinnovabili, dall’impegno per la pace alla cooperazione internazionale, dal rispetto dei diritti umani alla finanza etica, al commercio equo…

83.000 i visitatori nel 2007, che ha visto crescere del 25% il trend generale della manifestazione, con 500 aree espositive, oltre 4.000 enti rappresentati, 190 appuntamenti culturali fra convegni, dibattiti e workshop con 1.000 relatori coinvolti e ancora 100 momenti di animazione e laboratori di “buone pratiche”.

Nell’ampia rassegna espositiva, anche quest’anno presenti associazioni e realtà del non profit, imprese eticamente orientate, enti locali e istituzioni, a testimoniare come comportarsi in modo “alternativo” sia possibile in ogni ambito dell’abitare, del produrre, del coltivare, dell’agire, del governare. Ricco anche il programma culturale, che vedrà intervenire a Firenze numerosi esperti e testimoni provenienti dal mondo della politica, dell’economia e della ricerca scientifica, dal terzo settore, dalla cultura e dallo spettacolo.

È una riflessione profonda quella che ispira Terra Futura 2008: se è vero che l’emergenza clima, la crisi della biodiversità e la crescente scarsità della risorsa idrica preoccupano un sempre crescente numero di persone - così come il progressivo aggravarsi nel mondo di squilibri e disuguaglianze, ormai riconosciuto da tutti - è altrettanto vero che manca una strategia comune in grado di affrontare le enormi sfide poste da questi problemi. Mentre sul piano teorico è ampia la consapevolezza che le questioni sociali, ambientali ed economiche sono assolutamente inscindibili le une dalle altre, quando si passa all’azione, infatti, prevalgono ancora i particolarismi.

Alla luce di queste considerazioni Terra Futura 2008 - promossa e organizzata da Fondazione Culturale Responsabilità Etica Onlus per conto del sistema Banca Etica (Banca Etica, Consorzio Etimos, Etica SGR, Rivista ”Valori”) e Adescoop-Agenzia dell’Economia Sociale s.c., e realizzata in partnership con Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete, Legambiente – sceglie come tema centrale quello delle Alleanze.

Se aria, acqua, terra, ma anche lavoro, pace, cultura e informazione sono ormai indicati come beni comuni, i mondi dell’economia, della politica e della società civile rimangono lontani dall’adozione di un piano condiviso che riunisca sulla stessa piattaforma di diritti tutti gli abitanti della terra e renda concreto l’impegno per la sostenibilità economica, ambientale e sociale del pianeta. Nessuno può farcela da solo: oggi è necessario porre il tema delle politiche strategiche e di lunga portata dei governi e delle imprese, perché solo un’alleanza trasversale e duratura fra le varie componenti della società può portare a risultati significativi.

La riflessione alla Fortezza da Basso si concentrerà ancora una volta sulla necessità di prassi quotidiane guidate da un’ottica di condivisione di bisogni e risorse. «Esistono già esempi di alleanze: il commercio equo inizia ad interessare le grandi imprese, e sul versante dei cambiamenti climatici una rete mondiale informale (fatta di scienziati, istituzioni internazionali, governi locali, imprese) punta da anni all’ecoefficienza - dice Ugo Biggeri, presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica - e ancora, molti cittadini si interrogano sui consumi e sull’uso dell’energia. I risultati si vedono: le buone pratiche, per esempio nella bioedilizia, si diffondono rapidamente assieme alla consapevolezza sui problemi. Oggi - continua Biggeri - si dovrebbero rendere queste alleanze più esplicite ed efficaci, traducendole in richieste politiche che indirizzino più velocemente verso i cambiamenti necessari, disincentivando economicamente i comportamenti insostenibili».

Terra Futura 2008 è realizzata in collaborazione con Regione Toscana, Provincia di Firenze, Comune di Firenze, Firenze Fiera SpA, e numerose altre realtà nazionali e internazionali.

www.terrafutura.it

 Premio Architettura

Terra FUTURA 2008

Add comment Marzo 28, 2008

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